- Il modello è l’ultimo layer: Fable 5, GPT-5.6, il prossimo — si sostituiscono in un pomeriggio. Il valore si decide prima, al tavolo con i domain experts.
- L’oro è nei processi che gli esperti non nominano: solidificati anni fa, sicuri, fuori discussione. Le feature request sono un sintomo, non il progetto.
- La domanda impossibile — «cosa ti cambierebbe la vita, ma non l’abbiamo nemmeno nominato perché tanto è impossibile?» — scavalca il mental model, con la fiducia già nella stanza.
- Costruisci il primo progetto sulla risposta: buy-in gratis e ROI della categoria «impossibile prima, fattibile adesso».
Questa settimana sono usciti Fable 5[1] e GPT-5.6[2], e la domanda che mi arriva più spesso è «quale devo usare?».
È la domanda sbagliata, o almeno l’ultima da farsi. Ti racconto perché il valore più grande di un progetto AI resta invisibile proprio a chi conosce meglio il lavoro, e la singola domanda che faccio a ogni primo tavolo per farlo emergere.
Perché gli esperti non vedono il valore più grande
Il mio mestiere è portare agenti AI in produzione. La parte tecnologica — agenti, MCP, integrazioni, flussi agentici long-horizon — la conosco così bene che posso permettermi di non pensarci durante la discovery. Il focus vero è un altro: capire come lavorano i domain experts e come i loro workflow andrebbero ridisegnati per essere AI-centrici o ibridi umano-AI.
Qui incontro sempre lo stesso ostacolo, ed è umano, non tecnico. I domain experts non spostano naturalmente il loro mental model da tradizionale ad AI-first. Sono bravissimi nel loro mestiere proprio perché il loro modo di lavorare si è consolidato in anni di pratica. E quel consolidamento è sinonimo di qualità: il vero esperto sa cosa sta facendo, come, e sa trasferire la sua conoscenza ad altri.
Il punto di rottura è la velocità. Oggi quegli anni di expertise vanno comunicati in giorni, per iterare con l’innovation team e dare feedback rapidi. Serve lo stesso standard di qualità e la stessa ownership, ottenuti in un modo nuovo. Gli esperti ci riescono benissimo. Solo che all’inizio non sanno ancora di poterlo fare.
Il risultato pratico al primo tavolo è sempre lo stesso: chiedono feature che pensano di volere (quasi mai il core), chiedono di automatizzare quello che vedono (il processo che già padroneggiano), e non nominano mai i processi solidificati, quelli diventati «lo standard». È lì che sta l’oro.
Il consolidamento è sinonimo di qualità. Ma è anche il motivo per cui il valore più grande resta invisibile.
L’oro è in quello che non ti dicono
Le parti più bisognose di AI in un workflow sono quasi sempre quelle che gli esperti non si accorgono nemmeno di fare in modo sub-ottimale. Si sono solidificate anni fa. Sono ripetitive, sicure, fuori discussione. Nessuno le rimette in gioco perché nel vecchio sistema erano il meglio possibile. È lo stesso meccanismo della conoscenza tacita: chi è bravo in un processo lo ha automatizzato dentro di sé, e non lo vede più.
Quasi mai il core del valore: sono la risposta del vecchio sistema alla domanda nuova.
Il processo che già padroneggiano, quello che sanno raccontare.
Ripetitivi, sicuri, fuori discussione: nel vecchio sistema erano il meglio possibile.
Nessuno li rimette in gioco, quindi nessuno li porta al tavolo.
È lì che sta l’oro.
E quando chiedi «cosa possiamo fare con l’AI?», gli esperti rispondono con quello che immaginano l’AI possa fare. La verità, ogni singola volta: quello che l’AI può fare è molto più di quello che immaginano. L’AI si è già mossa più veloce della maggior parte dei domain experts, e il gap si allarga a ogni release.
Da qui una responsabilità precisa di chi guida l’innovazione: spingere la barra della qualità sempre molto più in là di dove i domain experts la mettono all’inizio. Se il progetto si ferma dove l’esperto crede sia il limite, hai automatizzato il visibile e lasciato l’oro sotto terra.
Quello che l’AI può fare è molto più di quello che gli esperti immaginano. E il gap si allarga a ogni release.
La domanda impossibile
A ogni primo tavolo faccio sempre la stessa domanda. Funziona per tre motivi precisi.
«Qual è la cosa che ti cambierebbe la vita, ma che non abbiamo nemmeno nominato perché tanto è impossibile?»
Le domande normali («cosa automatizziamo?») ricevono risposte dal vecchio sistema. Questa chiede esplicitamente di uscirne.
L’esperto si è auto-censurato per anni su quel bisogno, perché nel suo sistema era davvero impossibile. La domanda legittima il desiderio.
La risposta arriva quasi sempre veloce e con energia. Se qualcuno risponde subito, ci pensa da anni.
La risposta è il candidato naturale per il primo progetto: vive quasi sempre nella categoria «impossibile prima, fattibile adesso».
E poi ci costruisci sopra. La risposta alla domanda impossibile è il candidato naturale per il primo progetto: ha alto valore percepito dall’esperto stesso, quindi il buy-in ce l’hai gratis. E vive quasi sempre nella categoria «impossibile prima, fattibile adesso», dove il ROI cambia ordine di grandezza.
La domanda funziona solo se c’è fiducia
La domanda impossibile funziona solo se chi risponde si fida. La comunicazione è quasi sempre la cosa più critica in AI adoption, più di qualunque scelta tecnologica.
Le paure che incontro sono sempre due: «l’AI mi sostituisce» oppure «lavorerò di più, con deadline più strette». Un progetto che alimenta queste paure è il modo sbagliato di fare AI: apre un buco di token nel budget, rende le persone più distanti e meno produttive, e manca il punto più grande. Come costruire un’adozione che non alimenta quelle paure l’abbiamo scritto in come far adottare l’AI al team.
Il punto più grande: l’AI è un moltiplicatore. Apre quello che prima era impossibile. Usarla solo per limare qualche punto di margine è il modo più veloce per farsi mangiare i margini dai costi. Se invece punti alla categoria «impossibile prima, facile adesso», il collo di bottiglia si sposta: diventa il go-to-market, la produzione non lo è più.
Questa conoscenza nessun LLM ce l’ha regalata. L’abbiamo imparata sul campo, con persone vere e progetti veri, sbagliando e costruendo sopra gli errori. Il feedback che mi ha confermato la rotta: «con questo workflow AI-native gestiamo con facilità deadline che prima erano strutturalmente impossibili, o che richiedevano ore di straordinario».
L’AI è un moltiplicatore. Usarla solo per limare qualche punto di margine è il modo più veloce per farsi mangiare i margini dai costi.
Cosa portarti via
- 01Il modello è l’ultimo layer. Fable 5, GPT-5.6, il prossimo: si sostituiscono in un pomeriggio.
- 02L’oro è nei processi che gli esperti non nominano. Le feature request sono un sintomo, il punto di partenza per capire.
- 03Fai la domanda impossibile, al primo tavolo, con la fiducia già nella stanza.
- 04Costruisci il primo progetto sulla risposta: buy-in gratis, ROI di categoria diversa.
Come si trasforma quella risposta in un deliverable in produzione, e chi firma la qualità, è il prossimo pezzo di questa serie. Intanto: fai la domanda impossibile al tuo team questa settimana, e guarda cosa salta fuori.
Porta la domanda impossibile al tuo primo tavolo.
Partiamo dal tuo processo, non dal modello: discovery con i domain experts, il primo progetto costruito sulla risposta che vale di più, e un agente che arriva in produzione. Prezzo e tempi fissi, il codice è tuo.
La domanda impossibile, in pratica
Perché i domain experts non vedono dove l’AI porta più valore?
Perché il loro modo di lavorare si è consolidato in anni di pratica, e quel consolidamento è sinonimo di qualità. Le parti più bisognose di AI sono quasi sempre processi solidificati anni fa: ripetitivi, sicuri, fuori discussione. Nessuno li rimette in gioco perché nel vecchio sistema erano il meglio possibile, quindi non vengono nemmeno nominati al tavolo.
Qual è la «domanda impossibile» da fare al team?
«Qual è la cosa che ti cambierebbe la vita, ma che non abbiamo nemmeno nominato perché tanto è impossibile?». Va fatta al primo tavolo di un progetto AI, con la fiducia già nella stanza: è il modo più diretto per far emergere il valore che le domande normali non raggiungono.
Perché la domanda impossibile funziona?
Per tre motivi precisi. Scavalca il mental model: le domande normali ricevono risposte dal vecchio sistema, questa chiede esplicitamente di uscirne. Dà il permesso di dire l’indicibile: l’esperto si è auto-censurato per anni su quel bisogno. E cattura il bisogno disperato: se qualcuno risponde subito e con energia, ci pensa da anni.
Meglio Fable 5 o GPT-5.6 per un progetto AI aziendale?
È la domanda sbagliata, o almeno l’ultima da farsi: il modello è l’ultimo layer e si sostituisce in un pomeriggio. Quello che decide se un progetto AI produce valore o brucia budget succede prima, nella discovery con i domain experts: capire come lavorano e come i loro workflow andrebbero ridisegnati per essere AI-centrici o ibridi umano-AI.
Come si sceglie il primo progetto AI in azienda?
Il candidato naturale è la risposta alla domanda impossibile: ha alto valore percepito dall’esperto stesso, quindi il buy-in ce l’hai gratis, e vive quasi sempre nella categoria «impossibile prima, fattibile adesso», dove il ROI cambia ordine di grandezza rispetto ad automatizzare il visibile.
L’AI sostituisce i domain experts?
No: l’AI è un moltiplicatore, apre quello che prima era impossibile. Le paure tipiche («l’AI mi sostituisce», «lavorerò di più con deadline più strette») nascono da progetti impostati male. Un progetto che alimenta quelle paure apre un buco di token nel budget e rende le persone più distanti e meno produttive: è il modo sbagliato di fare AI.
Fonti
- [1]Anthropic, annuncio di Claude Fable 5 e Mythos 5, luglio 2026. www.anthropic.com
- [2]OpenAI, «Previewing GPT-5.6 Sol: a next-generation model», luglio 2026. openai.com
Questo è un punto di vista di Simone Bova, AI Engineer e co-founder di Yempik, con editing fatto con Claude. I casi e il feedback citati vengono dal suo lavoro sul campo; dove citiamo un annuncio, trovi la fonte qui sotto.